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“Non ditemi quali monumenti ci sono vicino a casa vostra ma quali alberi”. Intervista con Tiziano Fratus

Pubblicata sul numero 1 del trimestrale Nuun

Tiziano Fratus è un autore e poeta italiano che ha iniziato circa dieci anni fa a scrivere di alberi con una storia da raccontare. Contastorie portentoso, l’autore bergamasco è riuscito a far interessare un pubblico molto ampio al patrimonio naturale nostrano.  Dall’olivastro di Luras, età stimata intorno ai 3500 anni, alla quercia delle streghe di Capannori, considerata in passato luogo di ritrovo di alcune streghe per i loro sabba, tanti alberi un tempo dimenticati stanno ricevendo grazie ai suoi libri una meritata fama e salvaguardia.  “Non ditemi quali monumenti ci sono vicino a casa vostra ma quali alberi”, scrive Fratus. Quanti di noi saprebbero rispondere? Leggere i suoi libri ci rende consapevoli di quanto poco conosciamo la bellezza naturalistica dentro o fuori le nostre città, ma soprattutto di quanto potrebbe essere divertente e poetico migliorare il rapporto con il paesaggio a pochi chilometri da casa nostra. In quel modo potremo goderci quello che Fratus definisce uno dei piaceri dell’esistenza: entrare in un bosco e riconoscere tutte le specie arboree. “È come quando vai dal panettiere e chiami il pane col suo nome giusto”.

Il 25 marzo esce “Il bosco è un mondo. Alberi e boschi da salvare in Italia” (Einaudi). Quali sono le minacce più grandi per il nostro patrimonio arboreo?

Fin dalla sua nascita l’essere umano moderno ha estinto altre creature, dall’uomo di Neanderthal ai mammut. O si pensi a quel che resta delle foreste mature di sequoia in California ed Oregon, che oggi rappresentano circa il 10% di quel che esisteva prima della corsa all’oro, e al nostro stesso territorio italiano, che oggi vede circa un terzo dei comuni direttamente coinvolti in problemi connessi alla gestione di territori protetti. Siamo noi la grande minaccia, la nostra sete di materie prime, la nostra visione antropocentrica. Va detto però che nonostante la bulimia del cemento, come la chiamava Giorgio Bocca, possiamo ancora andare a visitare alberi plurisecolari e alcuni millenari in giro per il nostro paesaggio.

C’è poi la natura stessa che si evolve, avanzando o estinguendosi. Secondo alcuni studiosi, il 99% delle specie mai esistite su questo minuscolo pianeta aveva visto l’estinzione prima ancora che l’homo sapiens iniziasse a migrare conquistando i continenti. Ecco perché l’idea di mantenere la natura così com’è, statica e immutabile, è una battaglia persa in partenza.  Tutto ciò che vogliamo conservare, nel tempo di poche generazioni muterà radicalmente. Questo non toglie che nel corso dell’ultimo secolo e mezzo molti uomini sono riusciti a mettere sotto tutela e salvaguardare molti territori e ambienti che altrimenti la fame costante e crescente di risorse e materie prime avrebbe di sicuro compromesso.

 Quali sono gli alberi o boschi italiani più minacciati?

Ve ne sono molti, in tutte le regioni. E dove non è l’età stessa dei giganti verdi a condannarli, è l’azione di trasformazione del paesaggio, in corso da almeno duemila anni. Il mutamento climatico, accelerato dalla nostra esistenza, sta incidendo significativamente. Infatti nel corso degli ultimi dieci anni, nonostante i boschi crescano a causa dell’abbandono delle montagne, diversi grandi alberi molto amati sono stati letteralmente strappati via dai venti, dalle tempeste, dalle nuove epidemie, con un’incidenza crescente.

Un cittadino che ha a cuore alberi e boschi in pericolo, può fare qualcosa?

Un abitante del nostro paesaggio, che sia urbano o agricolo, costiero o planiziale, può di certo impegnarsi quantomeno nella conoscenza. Molti italiani non conoscono ciò che esiste dietro casa propria, che si tratti di opere d’arte, d’ingegno o di natura. Ovviamente interessarsi alla natura o appassionarsi di alberi non è un obbligo, d’altronde viviamo un’epoca di crisi economica e sociale e per una parte della popolazione le priorità sono di certo altre. Questo non toglie che anche la politica potrebbe interessarsi di più ai temi ambientali e paesaggistici, e non soltanto quando si tratta di convegni ed occasioni speciali, si pensi a quanti proclami furono emessi durante l’Expo di Milano.

 

Copertina del libro di Tiziano Fratus "Il bosco è un mondo"
Copertina del libro di Tiziano Fratus “Il bosco è un mondo”

Dieci anni fa ha iniziato a scrivere di alberi e boschi. In questi anni si è sviluppata una maggiore sensibilità? Oppure il patrimonio naturale nostrano continua a essere visto come meno importante rispetto a quello culturale?

Il mio interesse in realtà è più lontano nel tempo, ma da un decennio ho dedicato la mia quotidianità e la mia scrittura a questi temi. Medito nei boschi. E scrivo opere che poi, ogni tanto, si trasformano in libri grazie agli editori. Stando soltanto all’editoria il paesaggio è mutato profondamente: basti pensare che quando iniziai le case editrici più importanti difficilmente avrebbero preso in considerazione di dedicare un volume dedicato ad alberi, boschi e natura, era una nicchia editoriale per editori specializzati o più piccoli. Oggi non esiste editore medio o grande che non abbia il proprio esperto naturalista. Le manifestazioni dedicate ad alberi e natura si sono moltiplicate, appuntamenti ad hoc si vedono anche nelle nostre maggiori fiere e festival, quali il Salone del Libro di Torino, Mantova Letteratura e Tempo di Libri a Milano.

Col tempo lei ha creato una serie di concetti che sono ormai familiari ai suoi lettori, ma suonano decisamente estranei a chi si avvicina per la prima volta alla sua opera. Chi sono gli uomini radice e i cercatori d’alberi? Cos’è una foresta scolpita?

L’uomo o donna radice è una persona che vive un rapporto di stretta connessione con gli elementi naturali e vegetali, con particolare attenzione alle proprie radici locali. Contemporaneamente, è uomo o donna radice quell’individuo che sa girare il mondo e creare nuove connessioni con il paesaggio che si trova ad attraversare.  Spesso gli alberi secolari e monumentali sono un elemento centrale di questa connessione.  Chi dedica parte della propria esistenza alla ricerca di alberi monumentali o di pregio mi piace definirlo un cercatore d’alberi. Una foresta scolpita è invece una popolazione di alberi vetusti e contorti, spesso presente a quota duemila metri oppure oltre, in quei luoghi dove le conifere resistono alle avversità d’un ambiente estremo e d’una terra rocciosa, un paesaggio lunare dove il resto dei viventi ha smesso di sopravvivere. Sono luoghi dove l’anima si riveste di radici, di sogni e d’immaginazione.

Viviamo in un periodo storico pieno d’incertezze, mentre nel nostro paese imperversa un generale senso di amarezza e risentimento. Le foreste e gli alberi possono offrirci ristoro e aiutarci a trovare delle risposte, oppure rifugiarsi nella natura è una fuga dalla realtà?

La mia risposta è ipotetica e non è necessariamente valida per tutti. È un fatto che da quando l’uomo pensa e contempla, i boschi e le foreste abbiano rappresentato uno dei luoghi preferiti di silenzio, di raccoglimento, di preghiera, e non soltanto nelle forme religiose. I boschi e le foreste offrono occasione di pratica e purificazione anche a coloro che non credono, o credono laicamente. Spesso, chi nella vita si trova ad affrontare dei cambiamenti repentini, delle perdite dolorose, delle sconfitte personali, cerca riparo e pace nella distanza che si manifesta fra casa propria e la civiltà, e i luoghi più remoti e appartati come le montagne, i boschi e le isole.  È un meccanismo di autodifesa della specie.

Lei parla di un nuovo tipo di umanesimo contemporaneo, diverso dai precedenti.

Trovo interessante un approccio alla realtà ispirato da pensatori come Nietzsche e Cioran, Emo e Zhuang-zi, lo definirei un umanesimo contemporaneo, mosso dal “complesso dell’eremita”. La società è quel che è, per natura e scelta risulta scarsamente abitabile, la burocrazia vince sul pensiero e le necessità economiche sulla cura agli individui. Non resta dunque altro che inforestarsi, allontanandosi e vivendo in uno stato prossimo a quello degli antichi eremiti. Non è richiesto andare a vivere nella grotta, è sufficiente abitare la “grotta” che ciascuno ha nella propria minuta dimensione singolare e sempre più solitaria. Anche coloro che nella vita inseriscono distanza fra sé e la società, vivendo appartati, si interrogano sui grandi temi della vita e del proprio tempo. Avendo meno occasione di dialogare e di scendere a compromesso, usano il tempo che hanno a disposizione per approfondire e coltivare l’umanità che li anima. “Abitare distante” non significa per forza disinteressarsi del resto del mondo e dei propri simili, paradossalmente l’isolamento sociale può diventare ispirazione per una nuova leva di intelletti e di opere che potrebbero illuminare e consigliare gli esponenti politici. O forse, meglio ancora, portare a società prive di gestione rappresentativa ma mosse da individui più consapevoli. È un’utopia destinata al fracasso? Una strada a senso unico e senza sbocco? Eppure anche il più piccolo sogno è impastato di idealismo.

Se dovessimo offrire un mini itinerario per cacciatori d’alberi nella Franciacorta, cosa consiglierebbe?

Confesso che non si tratta di uno dei territori che conosco a menadito. Certo è affascinante il Parco dei Tassodi, a Paratico, sulle sponde meridionali del lago d’Iseo. Credo sia la colonia più numerosa presente in Italia di questo tipo di conifera che venne importata in Europa dagli Stati Uniti nel Seicento. Alcuni esemplari si avvicinano ai 130 anni, ma è l’insieme che li rende molto spettacolari, per dimensione e colorazione del fogliame, in particolare a fine primavera, quando il nuovo fogliame è brillante, e in autunno, quando si colora di porpora. infatti, come il nostro larice di montagna, è una conifera che si spoglia, per questo viene anche chiamato cipresso calvo.

Ci sono alberi o boschi della Franciacorta che andrebbero protetti o salvaguardati?

Ve ne sono sempre, in ogni paesaggio italiano. Basta indagare.

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