Nella primavera del 2020 dovrebbero iniziare i lavori per la metanizzazione dell’isola. Previsti una dorsale, rigassificatori, depositi costieri di stoccaggio del gas e due centrali a metano. Per le organizzazioni ambientaliste, il piano sostenuto dal governatore Solinas e larga parte del ceto politico è insufficiente perché non considera gli obiettivi di riduzione delle emissioni e gli impatti della combustione

Pubblicato il 21 gennaio su Altreconomia.

“Il metano ti dà una mano”, sosteneva una nota pubblicità alla fine degli anni Ottanta. E trent’anni dopo il governo regionale sardo ne è ancora fortemente convinto. Unica regione italiana a non avere ancora una rete per il gas naturale liquefatto (GNL), nella primavera del 2020 dovrebbero iniziare i lavori per la metanizzazione dell’isola. Il piano prevede una dorsale con le sue diramazioni in cui dovrebbe passare il gas che arriva dalle coste. Per gli oltre 300 comuni che non verranno serviti dalla dorsale, 820mila residenti in totale, il gas verrà servito da autobotti. Oltre alla creazione delle reti cittadine, sono previste una serie di infrastrutture: rigassificatori, depositi costieri di stoccaggio del gas e due centrali a metano da 200 MW ciascuna.

Nelle dichiarazioni del governatore Christian Solinas, la metanizzazione della Sardegna sarà integrale tra cinque anni. Non è una data a caso: entro il 2025 chiuderanno a livello nazionale le sei centrali a carbone ancora operative, due delle quali proprio in Sardegna e attualmente responsabili di quasi metà dell’energia prodotta nell’isola. Ma la strategia energetica della giunta regionale sembra confusa: secondo l’assessora all’Industria Anita Pili il futuro della Regione sta nelle fonti rinnovabili al 100% entro il 2050 ma per ora è necessario creare una grande infrastruttura transitoria come quella che porterà il metano. Intanto la sua giunta di centrodestra ha fatto appello al TAR contro la chiusura delle due centrali a carbone.

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