Domanda necessaria per trovarsi pronti in caso di crisi—sia essa sanitaria, climatica o sociale.

 

Pubblicato su VICE il 3 marzo 2020.

Tra amuchina, mascherine e assalti ai supermercati, la settimana scorsa l’emergenza del nuovo coronavirus (SARS-CoV-2) ha reso abbastanza evidente l’incapacità di tanti italiani di reagire razionalmente nei momenti difficili, complici anche una copertura mediatica che ha utilizzato toni sensazionalistici a più riprese, e il rapido diffondersi di false informazioni nei gruppi WhatsApp e sui social.

Di conseguenza, è stato alimentato anche nel resto del mondo il panico nei confronti dell’Italia, e ora il rischio è di pagarne abbondantemente il prezzo a livello economico. Ecco perché, davanti all’assenza di nervi saldi degli ultimi giorni, ho pensato di chiedere un’opinione a chi vive aspettando proprio momenti come questi: i prepper.

I prepper sono una variegata sottocultura di uomini e donne che si preparano ad eventi disastrosi e al collasso, provvisorio o temporaneo, del normale funzionamento della società a causa di terremoti, attacchi terroristici, epidemie e apocalissi nucleari.

Tutto nasce dalla preoccupazione, vissuta in maniera razionale e non paranoica, che qualcosa nella nostra quotidianità possa andare storto e manchino temporaneamente i servizi della società moderna,” mi spiega via chat Giulio, docente di escursionismo e prepper da un paio d’anni.

Giulio vive sempre con provviste per dieci giorni. Inoltre, ha uno zaino pronto contenente un pannello solare chiudibile, powerbank, fornelli a gas con cartucce e borraccia filtrante per l’acqua, kit di primo soccorso e altro ancora. Tuttavia, quando gli chiedo se il coronavirus finora ha cambiato qualcosa nelle sue abitudini, mi risponde che “l’unica differenza è che la mia compagna da una settimana sta a casa lavorando in smart working.”

 

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