Da albero quasi infestante nei cortili indiani a stella della cucina vegan occidentale. Come un bistrattato frutto indiano può diventare popolare nella dispensa post-cambiamenti climatici

Pubblicato l’1 aprile 2020 sulla Stampa

Nel sud dell’India avere un albero di jackfruit dietro casa è solitamente una seccatura. I suoi frutti, che possono raggiungere anche i 40 chili, una volta caduti marciscono emettendo un odore fetido di cipolle marce. Di mangiarli, d’altronde, non se ne parla: in parte per via della buccia spinosa e l’odore pungente, ma anche perché arrivare alla sua polpa è un processo laborioso. Per queste ragioni il frutto ha uno status decisamente basso ed è considerato un alimento da poveri, da consumare solo quando non c’è niente di meglio. Un po’ come le ghiande nostrane.

Non stupisce dunque che l’albero del jackfruit cresca spontaneamente ai bordi delle strade e nella nativa India il 75% circa del suo raccolto vada perso.  Negli ultimi anni però questo frutto ha iniziato ad avere una seconda vita grazie alla cucina vegan: “La polpa del frutto non maturo è molto fibrosa, ha una consistenza quasi carnea dal sapore delicato e neutro, può ricordare carni bianche come il pollo”, spiega lo chef vegano Stefano Broccoli della FunnyVegan Academy, che aggiunge: “Nel Regno Unito è molto usata negli hamburger vegani, oppure dai ristoranti etnici per curry e piatti tipici senza carne. Uno dei vantaggi del jackfruit è che rispetto a molti preparati vegani è un alimento poco processato, viene consumato al naturale, va semplicemente sbucciato e fatto stufare”.

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